ANCHE UN BACIO RUBATO E' VIOLENZA SESSUALE

01.11.2019

Dieci mesi di reclusione per un uomo di 60 anni, che si è reso responsabile di un'aggressione chiaramente di natura sessuale posta in essere nei confronti di un ragazzo 25enne. L'uomo aveva provato a difendersi dalla accusa mossa nei suoi confronti, per la differenza d'età e di altezza con il ragazzo, il quale, a suo dire, se avesse voluto, ben avrebbe potuto divincolarsi o comunque opporre resistenza.

I fatti stigmatizzati dai Giudici di primo e secondo grado: chiari atti di violenza sessuale!

Con la sentenza del 3 luglio 2014, il Giudice dell'Udienza Preliminare di Velletri, all'esito all'esito di rito abbreviato, ha condannato un uomo di 60 anni alla pena di anni 1 e mesi due di reclusione, per violenza sessuale (ipotesi di minore gravità) ed ingiuria. La Corte d'Appello, preso atto della depenalizzazione del reato di ingiuria, ha rideterminato la pena nella misura di 10 mesi di reclusione.

La contestazione era quella di aver costretto un ragazzo di 25 anni a subire atti a connotazione sessuale, avvicinandosi a lui presso il portone di un immobile, afferrandogli la testa e baciandolo più volte in bocca con la lingua, rivolgendogli altresì epiteti ingiuriosi.

Le censure mosse alle sentenze di merito da parte dell'imputato: impossibile che si sia concretamente verificata una ipotesi di violenza sessuale.

La sentenza impugnata, secondo la difesa dell'imputato, era assolutamente censurabile in primis perché il querelante non poteva essere ritenuto credibile e la versione dei fatti non era stata dimostrata; ed inoltre, i giudici di merito non avevano tenuto conto delle argomentazioni difensive, volte a sottolineare l'impossibilità del bacio, in virtù della differenza di altezza e di età tra i due protagonisti, avendo l'imputato 60 anni e il querelante 24, per cui questi aveva la possibilità e la forza fisica per reagire rispetto a eventuali e mai provati attacchi alla sua sessualità.

La ricostruzione dei fatti e la decisione della Corte di Cassazione.

Secondo gli Ermellini, occorre evidenziare, a differenza di quanto dedotto dalla difesa, l'affermazione della penale responsabilità dell'imputato non presenta alcun vizio di legittimità ed è stata correttamente stabilita nelle due sedi di merito.

Le due sentenze di merito, le cui motivazioni sono destinate a integrarsi per formare un unico corpus argomentativo, hanno infatti innanzitutto operato un'adeguata ricostruzione dei fatti di causa, secondo la Suprema Corte, ed è stato valorizzato in particolare il contenuto delle dichiarazioni investigative della persona offesa, il quale ha descritto in maniera chiara e puntuale il diverbio avuto la sera del 22 settembre 2012 con l'imputato, residente nel medesimo condominio dove abitano i genitori del querelante.
Il diverbio aveva origine perché l'imputato., mentre usciva dal portone di ingresso del condominio, accortosi del sopraggiungere della Persona Offesa, si affrettava a chiudere il portone, ricevendo il disappunto di quest'ultimo; a questo punto l'imputato iniziava a insultare il denunciante con epiteti tipo "coglione, frocetto", per poi afferrare all'improvviso la testa dell'offeso. e baciarlo in bocca, inserendo con violenza la lingua, gesto che l'imputato ripeteva altre due - tre volte, prima che il querelante, dopo essere stato ancora insultato, riuscisse a sottrarsi alla sua presa, recandosi prima a casa dei suoi genitori e, subito dopo, al Pronto Soccorso, dove gli veniva diagnosticato uno stato ansioso reattivo, con prognosi di cinque giorni e prescrizione dell'esame relativo all'HIV.

Ebbene, sulla base di questo racconto, la persona offesa è stata ritenuta ragionevolmente credibile, in quanto il suo narrato è risultato dettagliato, lineare e coerente con l'oggettivo stato di agitazione riscontrato nell'immediatezza del fatto dai sanitari, dovendosi escludere che, al cospetto di costoro l'offeso. abbia dato vita a messinscena, non essendo emerse serie ragioni di inimicizia tali da giustificare una tale ipotesi.

Peraltro l'imputato, pur negando l'addebito, ha confermato comunque, in sede di interrogatorio, le coordinate spazio-temporali del fatto, ammettendo che, pur se senza conseguenze, vi fu un contatto ravvicinato con il denunciante.

E questa affermazione ha invero indebolito la tesi difensiva della impossibilità del bacio per la differenza di altezza e di età tra l'offeso (all'epoca ventiquattrenne) e l'imputato (sessantenne al momento del fatto), differenza peraltro non ostativa alla commissione della contestata aggressione verbale e soprattutto fisica, che nella sua dinamica conclusiva ha assunto evidenti connotazioni sessuali.